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Chiesa del Gesu
I Gesuiti che giunsero a Palermo nel 1549, iniziarono nel Tardo Cinquecento
la costruzione della chiesa annessa alla casa madre (Casa Professa), una
delle più spettacolari chiese della Sicilia.
La grande costruzione venne ideata dall’architetto gesuita Giovanni Tristano
e, in un primo momento, si presentava ad unica navata con ampio transetto e
ampie cappelle laterali. Alla fine del Cinquecento, per adeguarla alle
esigenze di grandiosità tipiche dell’architettura gesuita, vennero abbattuti
i muri divisori delle cappelle, ottenendo così tre navate. La consacrazione
della grande chiesa avvenne nel 1636. Durante il secondo conflitto mondiale
una bomba s’abbatté proprio sulla cupola della chiesa che, nel suo crollò,
trascinò con sé tutte le zone ad essa vicine e naturalmente andò perduta
gran parte delle pitture del presbiterio e del transetto. Quando si volle
restaurare l’edificio si procedette alla riesecuzione degli affreschi
perduti con aggiunte arbitrarie e gusto poco felice.
L’addobbo interno – “le cui pareti sono coperte da marmi, da tarsie, da
statue e da arabeschi senza fine, che debbono aver costata immensa copia di
danaro agli ambiziosi Lojolei (da Ignazio di Lojola) i quali ogn’altro
tempio vollero mai sempre offuscare nella città colle loro magnifiche
chiese” (C. Castone, Viaggio della Sicilia, 1793) – costituisce un
importante esempio di fusione tra architettura, pittura e decorazione
plastica. Particolarmente vivace è la decorazione a mischio, cioè a tarsie
marmoree pregiate, composte a motivi floreali o figurati. Nel romanzo Il
Gattopardo viene ricordata una visita a Casa Professa di don Pirrone, il
prete di casa Lampedusa, durante una passeggiata palermitana in carrozza del
Principe.
Riguardo alla decorazione a marmo mischio dell’abside di Casa Professa,
“rappresenta indubbiamente l’apporto più significativo e originale della
cultura artistica siciliana alla civiltà del barocco europeo; integrazione
dinamica tra architettura, scultura e pittura, secondo la prassi e
l’estetica secentesche, animazione ipertrofica di colori e immagini (“in
guisa che senza pennello sembra opera di pennello” scrive il Mongitore).
Addobbo teatrale articolato attraverso ricchi e complessi sistemi
concettuali, la decorazione a mischio e a tramischio (con parti a rilievo) è
anche il genere dove con maggiore chiarezza si coglie il carattere
distintivo del barocco siciliano: una collaborazione tra architettie
scultori, marmorari e pittori che spesso stabilisce confini assai labili tra
le diverse categorie d’artigiani, e che anzi su questa ininterrotta
continuità di mestieri fonda la dimensione trionfante del grande cantiere
della Palermo barocca, dalla seconda metà del Seicento ai primi decenni del
Settecento.
Un’attività così intensa e prolungata esigeva la specializzazione d’intere
botteghe spesso a conduzione familiare, e un’organizzazione del lavoro dove
il programma concettuale fosse affidato, con una distinzione menzionata nei
documenti, a marmorari, a scultori e architetti. Ma aldilà dell’animazione
brulicante e della ripetizione a moduli verticali derivata dalle grottesche
rinascimentali e manieriste, la decorazione a mischio trovava, proprio nella
composizione simbolica e dottrinale, la propria unità e il controllo di una
vasta iconografia che recepiva ed elaborava un repertorio a cui l’ordine dei
Gesuiti aveva dato, lungo tutto il Seicento, un contributo fondamentale
recuperando il valore didascalico di molte figure ed episodi dell’arte
medievale ed elaborando i modelli proposti da Ripa nella sua Iconologia.
La chiesa dei Gesuiti di Casa Professa rappresenta in questo senso l’esempio
più complesso e grandioso, il più unitario nella volontà di sottoporre
l’intera decorazione a mischio, gli scultori e gli architetti che negli
stessi anni prestavano la loro opera ad altre chiese e cappelle, sono
chiamati ad approntare il ripetitivo ma variegato repertorio d’immagini ed
ornamenti all’esaltazione dottrinale e a ribadire la potenza dell’ordine”.
Fonte: Wikipedia.org
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