|
|
Primavera di Praga
La Primavera di Praga, (in ceco Pražské jaro) è stato un periodo storico di
liberalizzazione avvenuto in Cecoslovacchia a partire dal 5 gennaio 1968 e
durato fino al 10 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione
dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati del patto di Varsavia (ad eccezione
della Romania) invase il paese.
Situazione in Cecoslovacchia e antefatti
Fin dalla metà degli anni 60 in tutto il paese si erano percepiti segni di
crescente malcontento verso il regime. Le istanze dei riformisti, il cui
leader era Alexander Dubček, avevano trovato voce in alcuni elementi
all'interno dello stesso Partito Comunista Cecoslovacco. Le riforme
politiche di Dubček, che egli stessò chiamò felicemente "Socialismo dal
volto umano", in realtà non si proponevano di rovesciare completamente il
vecchio regime, come invece era avvenuto nell' Ungheria del 1956, e furono
sostenute dalla grande maggioranza del paese, compresi gli operai.
Ciononostante queste riforme furono viste dalla leadership sovietica come
una grave minaccia all'egemonia dell'URSS sui paesi del blocco orientale, e,
in ultima analisi, come una minaccia alla sicurezza stessa dell'Unione
Sovietica. Per comprendere i motivi di questo allarme bisogna tener presente
la collocazione geografica della Cecoslovacchia, esattamente al centro dello
schieramento difensivo del Patto di Varsavia: una sua eventuale defezione
non poteva essere tollerata in periodo di Guerra Fredda.
A differenza di quanto era avvenuto in altri paesi dell'Europa centrale, la
presa di potere comunista in Cecoslovacchia nel 1948 era stata accompagnata
da una genuina partecipazione popolare, e non era stata funestata, come
altrove, da brutali repressioni. Le riforme sociali del dopoguerra erano
avvenute pacificamente, mentre, ad esempio, in Ungheria si erano avute vere
e proprie sommosse. Ciononostante la leadership guidata da Gottwald, prima,
Zapotocky e Novotný poi aveva mentenuto un regime totalitario fortemente
repressivo che si era espresso in maniera brutale durante le purghe
staliniane e che non si era aperto dopo la morte del leader sovietico. La
stessa minoranza slovacca rimaneva sottorappresentata nelle istituzioni, che
accusavano sempre una distanza ideologica rilevante rispetto alle altre
repubbliche popolari che avevano compiuto la destalinizzazione, Ungheria e
Polonia in primis.
Politica estera dell'Unione Sovietica
La politica dell'Unione Sovietica di appoggiare ed imporre negli stati
satellite solo governi di stile sovietico, usando se necessario anche la
forza, divenne nota come Dottrina Brezhnev, dal nome del leader sovietico
Leonid Brežnev, che fu il primo a teorizzarla pubblicamente, sebbene di
fatto fosse già stata applicata fin dai tempi di Stalin. Questa dottrina fu
la base della politica estera sovietica fino a quando, negli anni 80, sotto
Mikhail Gorbačëv, fu sostituita dalla cosiddetta Dottrina Sinatra.
La dirigenza sovietica dapprima usò tutti i mezzi diplomatici possibili per
fermare o limitare le riforme portate avanti dal governo cecoslovacco, poi,
vista l'inutilità di questi tentativi, iniziò a preparare l'opzione
militare.
L'invasione
La stagione delle riforme ebbe bruscamente termine nella notte fra il 20 e
il 21 agosto 1968, quando una forza stimata fra i 200.000 e i 600.000
soldati e fra 5.000 e 7.000 veicoli corazzati invase il paese. Il grosso
dell'esercito cecoslovacco, forte di 11 o 12 divisioni, obbedendo ad ordini
segreti del Patto di Varsavia, era stato schierato alla frontiera con
l'allora Germania Ovest, per agevolare l'invasione e impedire l'arrivo di
aiuti dall'occidente. L'invasione coincise con la celebrazione del congresso
del Partito Comunista Cecoslovacco, che avrebbe dovuto sancire
definitivamente le riforme e sconfiggere l'ala stalinista. I comunisti
cecoslovacchi, guidati da Alexander Dubček, furono costretti dal precipitare
degli eventi a riunirsi in una fabbrica, ed effettivamente approvarono tutto
il programma riformatore, ma quanto stava accadendo nel paese rese le loro
deliberazioni completamente inutili.
Conseguenze dell'occupazione
I paesi democratici dovettero limitarsi a proteste verbali, poiché era
chiaro che il pericolo di confronto nucleare al tempo della Guerra Fredda
non consentiva ai paesi occidentali di sfidare la potenza militare sovietica
schierata nell' Europa centrale.
Dopo l'occupazione si verificò un'ondata di emigrazione, stimata in 70.000
persone nell'immediato e di 300.000 in totale, che interessò soprattutto
cittadini di elevata qualifica professionale. Gli emigranti riuscirono in
gran parte ad integrarsi senza problemi nei paesi occidentali in cui si
rifugiarono.
La fine della Primavera di Praga aggravò la delusione di molti militanti di
sinistra occidentali nei confronti delle teorie leniniste, e fu uno dei
motivi dell'affermazione delle idee eurocomuniste in seno ai partiti
comunisti occidentali. L'esito finale di questa evoluzione fu la
dissoluzione di molti di questi partiti.
Dieci anni dopo la Primavera di Praga passò simbolicamente il suo nome ad un
analogo periodo di liberalizzazione della politica cinese, noto come
Primavera di Pechino
Fonte: Wikipedia.org.
Disponibile sotto GNU Free Documentation License
|
|