Lago Baikal
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Baikal


Lago Baikal
Il Lago Bajkal è un lago della Siberia meridionale occupante una profonda fossa tettonica. Ha una superficie di 31.500 km². Situato tra la provincia di Irkutsk e la Repubblica dei Buriati, il Bajkal è il lago più grande, antico e profondo del mondo. Le sue acque costituiscono circa il 20% delle riserve d'acqua dolce del pianeta.
Il Baikal è la riserva di vita della Siberia, in Russia. Per un russo, quindi, del mondo intero. Il cuore di tutto. Nel 1996 è stato posto sotto la tutela dell'UNESCO come patrimonio dell'umanità.
Il Baikal è vecchio 25 milioni di anni, quando i suoi colleghi più anziani, salvo il Tanganica che ha 2 milioni di anni, sono vecchi solo 20 mila anni. Ha 2 mila chilometri di coste e 22 isole; contiene 23.600 km³ d'acqua che, come sintetizza con orgoglio Valentina Galkina, ricercatrice del Museo dell'ecologia di Baikalsk (la maggiore delle città della costa, circa 40 mila abitanti), "potrebbero dissetare tutta la popolazione del mondo per cinquant'anni".
Riceve le acque di 336 immissari (il maggiore è il Selenga, che arriva dalla Mongolia) e cede a un solo emissario, l'Angara, che poi confluisce nello Jenisej. ll Baikal è profondo come un oceano (1.637 metri) e a un chilometro e mezzo di profondità, con acqua satura di ossigeno al 75 per cento, c'è ancora la vita, quando in tutti gli altri laghi del mondo la vita scompare oltre i 300 metri. "Mare glorioso, sacro Baikal", scrisse nel secolo scorso il poeta siberiano Dmitrij Davydov.
Laboratorio della natura come le Galapagos, sede di endemismi preziosi. Nessun ricercatore ha finora saputo spiegare i complessi motivi per cui l'evoluzione ha voluto allestire una delle sue più bizzarre rappresentazioni proprio qui, nel cuore della Siberia. Nel 1962 erano state censite attorno al lago 1.220 diverse specie animali e vegetali, nel 1978 il numero era cresciuto a 1.400 e da allora ogni anno molte nuove forme di vita continuano ad allungare l'elenco. Oggi si calcola che le nuove specie scoperte qui siano oltre 2.500, delle quali il 60 per cento di quelle animali e il 15 delle vegetali sono rigorosamente endemiche. Ci sono oltre 250 specie di crostacei e ben 52 di pesci, di cui 27 vivono soltanto nel Baikal.
Ma in questa immensa varietà naturalistica la vera star è lei: la nerpa, la foca del Baikal (Pusa sibirica). Piccola, dal manto grigio scuro, golosa di pesci e giocherellona come le sue cugine marine, la foca sta alla sommità della catena alimentare del Baikal e al primo posto tra i suoi endemismi. Alla fine del secolo, la caccia ne aveva drasticamente ridotto il numero, oggi risalito, grazie a un'oculata politica di protezione, a oltre 75.000 individui. All'altra estremità, primo anello della catena alimentare, piccolo cardine sul quale ruota tutta la vita del sacro lago, è un piccolo crostaceo filtratore del genere Epischura, che costituisce il 97% del plancton e raggiunge una biomassa pari a 4 milioni di tonnellate. Di abitudini raffinate, il minuscolo gamberetto non sopporta una temperatura più elevata di 12 gradi, né una concentrazione di sali anche solo leggermente superiore a quella, bassissima, del lago Baikal: 100 milligrammi di sali disciolti per ogni litro d'acqua.
Da dove sono venuti gli organismi che nelle sue acque hanno trovato vie nuove per l'evoluzione? Alcuni ricercatori ritengono che soprattutto le specie endemiche più piccole siano relitti della fauna antichissima di un immenso lago salmastro che agli inizi del Terziario (65 milioni di anni fa) ricopriva quasi l'intera Asia centrale. Più tardi, 30 milioni di anni fa, l'immenso lago si era trasformato in un'infinità di laghetti salmastri circondati da foreste di tipo tropicale. Una serie di tremendi rivolgimenti tellurici (ancora oggi nell'area si verificano oltre 2.000 scosse ogni anno) dovuti anche alla separazione tra i due supercontinenti di Gondwana e Laurasia, crearono una profonda frattura nella crosta terrestre. A riempire il baratro venne, convogliata dall'enorme pianura circostante, una massa d'acqua pari a quella trasportata da tutti i fiumi della Terra durante un intero anno, e nacque il Baikal: esteso come il Piemonte e la Liguria messi insieme, lungo 636 chilometri (da Roma a Milano), profondo come un oceano.
Ma i pesci come la trasparente golomianka (Comephorus baikalensis) e la foca del Baikal sembrano molto più recenti, arrivati in queste acque forse dall'oceano Artico, lungo le immense arterie dei fiumi siberiani.

La Roccia dello Sciamano
La Roccia, un masso enorme che spunta appena dalle acque proprio laddove l'Angara lascia il Baikal, è protagonista di una leggenda che i buriati imparano ancora in culla. Il Grande Uomo Baikal giunse in questa regione con le sue 337 figlie e decise di fermarsi. Mentre dormiva, una delle figlie, cui i gabbiani avevano raccontato le prodezze di Jenisej, decise di fuggire per correre verso l'uomo-fiume di cui si era innamorata. Svegliatosi, il Baikal scagliò verso la fuggitiva una pietra, la Roccia dello Sciamano appunto. Chi era sospettato di un crimine veniva messo la sera sulla roccia. Se al mattino era ancora là e la corrente non se l'era portato via, era innocente, tornava libero. Maniera tutta siberiana di amministrare il perdono, visto che l'Angara, memore forse della pazza corsa della figlia ribelle, è l'unico fiume della regione a non gelare d'inverno, tanto rapide sono le sue acque. Il Baikal, dunque, è anche l'enorme tana di forze implacabili che i buriati conoscono bene e quindi temono: come i demoni maligni Burkhan e Doshkin Nojon, acquattati nelle acque profonde intorno all'isola di Olkhon e pronti a prendersi le anime dei pescatori colti dalle tempeste. I nastrini sui cespugli sono semelga, portafortuna.
Dicono che molti nuotatori siano morti nel Baikal perché colti da vertigine, visto che le sue acque trasparenti (e mai più calde di 14 gradi) lasciano filtrare lo sguardo fino a più di 40 metri di profondità. Ma sulle rive conviene cedere alla vertigine, accettare il mistero. Lo sanno bene anche i nemici del Baikal, gli uomini che a più riprese hanno tentato di rovinare l'occhio azzurro della Siberia. Prima l'hanno aggredito da lontano, con progetti faraonici come la Baikal-Amur-Magistral (direttrice Baikal-Amur), una ferrovia voluta da Leonid Brežnev nei primi anni settanta per aprire la Siberia allo sfruttamento. Poi facendo nascere la città di Severobaikalsk, 600 chilometri a Nord del lago. Quindi riversando nel Baikal gli scarichi delle industrie di Ulan Ude (capitale della Buriatija, 350 mila abitanti) attraverso il Selenga e le altre figlie-immissari. Infine costruendo, proprio a Baikalsk, a un centinaio di metri dalla riva, un grande impianto di trasformazione del legno e di lavorazione della cellulosa, che è stato duramente contestato dalle popolazioni locali fino a strappare la promessa di trasformarlo, entro il 1993, in mobilificio.
"A due passi dall'impianto", spiega Nikolaj Moroshenko, un tempo chimico e oggi attivista del Partito dei verdi locale, costruirono anche un Istituto di tossicologia, che avrebbe dovuto controllare i livelli di inquinamento. Ci lavoravo anch'io, prima di capire come andavano le cose. L'Istituto ripeteva che tutto andava bene, che gli impianti di depurazione funzionavano a meraviglia e l'ambiente non era danneggiato. E ogni tanto facevano saltar fuori qualche scienziato che riprendeva a modo suo una delle leggende dei buriati (Moroshenko è di etnia russa): quella che dice che il Baikal è alimentato da una sorgente perenne, che si troverébbe proprio nel punto più profondo. Volevano far credere, insomma, che il continuo ricambio delle acque assicurato dalla fonte potesse rendere il lago invulnerabile.
A protestare, fin dagli anni settanta, contro l'inquinamento del lago ci fu Grigorij Galazyj, membro dell'Accademia delle Scienze, allora direttore del prestigioso Istituto di limnologia di Irkutsk e successivamente direttore del Museo del Baikal. "Nessuno dei molti decreti e progetti varati per proteggere il Baikal è stato messo in atto", dice. "E ogni giorno, l'impianto per la lavorazione del legno riversa nel lago 250 mila litri di acque di scarico, oltre a consumare 500 mila m³ di legno l'anno".
È questa la realtà della Russia post-sovietica, tante buone intenzioni che devono superare non solo le cattive volontà ma anche la disorganizzazione, la mancanza di risorse finanziarie, i freni del bisogno: l'impianto di Baikalsk ferisce il lago ma dà lavoro e salari a operai e famiglie, in tutto 15 mila persone. Come una sorta di compromesso tra industria e natura, l'Istituto di limnologia aveva elaborato un progetto per imbottigliare e commercializzare come acqua minerale l'acqua del Baikal. Anche qui, però, non si è andati oltre qualche tentativo.
Il vecchio lago, intanto osserva e resiste. Nel frattempo è arrivata un'altra primavera.

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