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Bosa
Bosa (sardo: Bosa) è un comune di circa 8.000 abitanti della provincia di
Oristano. È l'unica città sarda
costruita accanto a un fiume, il Temo, navigabile con imbarcazioni a basso
pescaggio per circa 3-4 chilometri. Si è sviluppata di recente una frazione
marina (Bosa Marina), frequentata stazione balneare con un porto che include
l'isola Rossa, prima nella foce del fiume.
Storia
Preistoria e periodo romano
Narra una leggenda che Calmedia, moglie o figlia di Sardo, giunta nella
vallata attraversata dal Temo, colpita dalla bellezza dei luoghi, abbia
deciso di fermarsi e di fondare una città che da lei avrebbe preso nome. La
città di Calmedia, nella località oggi detta Calameda, sarebbe stata
nell'antichità un fiorente centro culturale, e avrebbe per secoli convissuto
con la vicina Bosa, con cui si sarebbe infine confusa. In realtà, già
un'epigrafe fenicia (oggi perduta), databile al IX secolo a.C., documenta
per la prima volta l'esistenza di un etnico collettivo Bs'n, riferito alla
popolazione di questo luogo. Il nome della città fu dunque fin dall'origine
Bosa, un toponimo forse mediterraneo, d'incerta etimologia. L'etnico latino
bosanus è attestato ancora in un'iscrizione della prima età imperiale, e il
nome di Bosa compare in questa forma in Tolomeo nell'Itinerario di Antonino,
nella Cosmografia dell'Anonimo Ravennate, e per tutto il Medioevo. La zona
fu abitata già in epoca preistorica e protostorica, come dimostrano le
numerose Domus de janas (per es. a Coroneddu, Ispilluncas, Monte Furru,
Silattari, Tentizzos) e i nuraghi (per es. a Monte Furru). Nulla di certo si
conosce dello stanziamento fenicio-punico. I Fenici dovettero usare per
l'approdo la foce del fiume Temo (allora all'altezza di Terrìdi), riparata
dalle mareggiate dall'Isola Rossa, e dal maestrale dal colle di Sa Sea.
Forse proprio lì, o secondo l'ipotesi maggiormente accettata nella vallata
di Messerchimbe, più all'interno e sulla sponda sinistra del fiume,
svilupparono un centro abitato. Qualche studioso (Antonietta Boninu,
Marcello Madau), in base alla conformazione del luogo, sostiene che in età
cartaginese il sito urbano fosse bensì all'altezza di Messerchimbe, ma sulla
riva destra, mentre sull'altra sponda si sarebbero concentrate l'area sacra
e la necropoli. In tal caso si potrebbe pensare a uno sdoppiamento e a una
progressiva traslazione dell'abitato in età bizantina, simile a quelli
osservabili nelle aree archeologiche sarde di Sulci, Tharri e Cornus, con un
nuovo agglomerato formatosi intorno alla cattedrale, sul sito della vecchia
necropoli: nel caso di Bosa appunto a Messerchimbe, dove i dati archeologici
testimoniano un centro altomedioevale, e dove sarebbe sorta in seguito la
cattedrale di S. Pietro. In età romana la città, che in un primo tempo pare
aver mantenuto l'ordinamento punico, con la magistratura dei sufeti,
divenne, forse dalla prima età imperiale, un municipio con un proprio ordine
di decurioni. Attraversata dalla strada costiera occidentale, che superava
il Temo a Pont'ezzu, Bosa era collegata direttamente a sud con la già citata
Cornus (presso l'odierna S. Caterina di Pittinuri) ed a nord con Carbia (N.
S. di Calvia). Del porto di Terrìdi restano ancora tracce di bitte per
l’attracco delle barche.
Medioevo
In età bizantina, come si è detto, l'abitato era posto con sicurezza sulla
riva sinistra del Temo, presso il luogo della chiesa di S. Pietro extra
muros. La città subì per tutto il Medioevo le scorrerie degli Arabi.
Tuttavia non perse la sua importanza: fu capoluogo della Curatoria di
Planargia, nel Giudicato di Logudoro, e costituita sede vescovile, tra il
1062 e il 1073 vide la costruzione della chiesa cattedrale, voluta da
Costantino de Castra (primo vescovo di Bosa di cui si abbia notizia), e
intitolata a S. Pietro forse come segno di schieramento dalla parte del
pontefice romano dopo lo scisma ortodosso del 1054: infatti Costantino de
Castra, come sappiamo da una lettera del 1073 del Papa Gregorio VII, era
impegnato personalmente nella propaganda cattolica presso i Giudici della
Sardegna. Con l'edificazione del castello dei Malaspina (secondo lo storico
G. F. Fara 1112 o 1121, secondo uno studio recentissimo 1271) sul colle di
Serravalle, due chilometri più a valle e sulla riva destra del fiume, si
pensa che la popolazione abbia cominciato gradualmente a trasferirsi sulle
pendici dell'altura, che garantiva una maggior protezione contro le
incursioni arabe, finché nella zona di Calameda non restò solo la cattedrale
di S. Pietro.
Periodo aragonese e spagnolo
Nel 1297 il Papa Bonifacio VIII istituì un Regno di Sardegna e Corsica, che
concesse al re Giacomo II d'Aragona. I Malaspina, temendo l'invasione
aragonese, potenziarono il castello con una torre maestra che ricorda quelle
cagliaritane dell'elefante e di S. Pancrazio (1305 e 1307), costruite da
Giovanni Capula, il quale aveva forse edificato anche quella bosana (1300).
Tuttavia il 2 novembre 1308 Moruello, Corrado e Franceschino Malaspina
cedettero il castello di Bosa a Giacomo II. Negli anni successivi la
famiglia lunense dovette nondimeno mantenere i proprii diritti sul castello,
se una cronaca sarda del Quattrocento sostiene che nel 1317 essa lo cedette
al Giudicato d'Arborea. Ad ogni modo, a seguito dell'alleanza tra l'Arborea
e l'Aragona, Pietro Ortis prese possesso del castello di Bosa per conto
dell'infante Alfonso d'Aragona, col consenso degli Arborensi. I Malaspina
uscirono però definitivamente dalla storia bosana solo quando l'11 giugno
1326 Azzo e Giovanni delegarono il fratello Federico nelle trattative col re
d'Aragona per la cessione di Bosa e della Curatoria di Planargia. Passarono
solo due anni, e il 1 maggio 1328 Alfonso il Magnanimo, re d'Aragona,
concesse in feudo il castello al giudice arborense Ugone II di Basso: la
città e il suo territorio entrarono allora a far parte delle terre extra
iudicatum dell'Arborea. Il figlio di Ugone, Mariano IV, ruppe però
l'alleanza con gli Aragonesi, e nel suo tentativo di unificare la Sardegna
sotto di sé fece imprigionare, nel dicembre del 1349, il fratello Giovanni,
Signore di Bosa dal 1335, e fedele alla vecchia alleanza. Il castello di
Bosa era una roccaforte di grande importanza strategica per il controllo
della Sardegna, e tanto Mariano quanto Pietro IV il Cerimonioso, desiderosi
di impossessarsene, cercarono di farselo cedere dalla moglie di Giovanni, la
catalana Sibilla di Moncada; ma ella tirò per le lunghe le trattative,
finché il 20 giugno 1352 Mariano lo prese con la forza. Bosa fu quindi sotto
il controllo dei giudici d'Arborea Ugone III (1376-'83), ed Eleonora
(1383-1404), che ne fecero la loro roccaforte nella guerra contro gli
Aragonesi; alle trattative di pace tra Eleonora e Giovanni I d'Aragona, il
24 gennaio 1388, la città inviò il proprio podestà con centouno
rappresentanti che firmarono gli atti, separatamente dal castellano e dai
funzionarii e rappresentanti feudali. L'esistenza a quel tempo di
un'organizzazione comunale, oltre che da questo fatto, è dimostrata dai
quattro capitoli degli statuti di Bosa citati in un atto notarile
seicentesco. La città era dunque divisa tra la parte di pertinenza del
castello, e quindi soggetta al feudatario (che si suole oggi identificare,
pur senza vere prove, col quartiere di Sa Costa, privo di chiese perché
avrebbe fatto capo a quella del castello), e il libero comune (identificato
oggi col quartiere di Sa Piatta), retto dagli statuti. La guerra però
riprese, e quando gli Aragonesi il 30 giugno 1409 sconfissero il nuovo
Giudice Guglielmo III di Narbona a Sanluri, il Giudicato d'Arborea, ultimo
dei regni sardi indipendenti, cessò di esistere, e l'anno successivo Bosa
passò definitivamente sotto il controllo della Corona d'Aragona. Poco dopo
la conquista aragonese, il 15 giugno 1413, Bosa e la Planargia furono unite
al patrimonio regio, e la città, riconosciuti privilegii e consuetudini, fu
organizzata come un comune catalano. L'organo cittadino era il consiglio
generale, col potere di deliberare, dal quale erano scelti i cinque
consiglieri, uno per ogni classe di censo, che formavano l'organo esecutivo;
il primo consigliere rivestiva la funzione di sindaco, e rappresentava la
città. D'altra parte il castello era tenuto da un capitano o castellano, di
nomina regia, che curava la difesa; il re nominava anche il doganiere o
maggiore del porto, il mostazzaffo (ufficiale incaricato di sorvegliare il
commercio), e il podestà, che amministrava la giustizia e controllava per
conto della corona l'operato dei consiglieri. Alle dipendenze del consiglio
era poi l'ufficiale che governava la Planargia. In teoria tutte le cariche
dovevano essere ricoperte da Sardi nativi o residenti a Bosa o nella
Planargia; ma sebbene questo diritto fosse stato ribadito più volte, di
fatto venne spesso calpestato. Tra la città e il castello la convivenza non
fu pacifica, e al parlamento sardo del 1421 i sindaci Nicolò de Balbo e
Giacomo de Milia ottennero dal re la destituzione del castellano Pietro di
San Giovanni. Sotto il regno di Giovanni II d'Aragona a Bosa funzionò anche
una zecca, che emetteva monete di mistura del valore di un minuto, destinate
a una circolazione locale. Qualcuna di esse si conseva tuttora. Il 23
settembre 1468 il castellano di Bosa, Giovanni di Villamarina, capitano
generale della flotta reale, ottenne in feudo perpetuo (secundum morem
Italie) la città, il castello e la Planargia di Bosa (con le ville di Suni,
Sagama, Tresnuraghes, Sindia, Magomadas, Tinnura e Modolo), di cui divenne
barone. Il Villamarina tuttavia prestò omaggio alla città e ne mantenne
sostanzialmente le istituzioni. In questi tempi Bosa si trovò ad avere il
singolare privilegio di partecipare a tutti i tre stamenti del parlamento
sardo, attraverso il feudatario (braccio militare), il vescovo (braccio
ecclesiastico) e i delegati dei cittadini (braccio reale). Nel 1478 il
castello di Serravalle vide la fine delle ultime speranze di indipendenza
dei Sardi, quando il marchese di Oristano, Leonardo Alagòn, vinto a Macomer,
trovò in città l'ultimo rifugio, prima di essere catturato da una nave
spagnola, mentre fuggiva per mare verso Genova. Ereditata da Bernardo di
Villamarina il 24 dicembre 1479 alla morte del padre, Bosa ottenne sempre
maggiori privilegii commerciali, spesso ai danni della vicina e rivale
Alghero, che ne fecero una città prospera. Il 30 settembre 1499 una
prammatica di Ferdinando il Cattolico la inserì tra le città reali,
concedendole i privilegii connessi a tale titolo; essa restò tuttavia
infeudata ai Villamarina, di cui anzi il 18 luglio 1502 divenne possedimento
allodiale. La fioritura continuò anche sotto la figlia di Bernardo,
Isabella, che la resse tra il 1515/18 e il 1559, facendole guadagnare
terreno nei mercati dell'isola anche su Oristano. Ma proprio allora
l'economia bosana doveva subire un duro colpo. Nel 1527, durante la guerra
tra la Francia di Francesco I e l'Impero di Carlo V, mentre i lanzichenecchi
saccheggiavano Roma, i Francesi contesero alla corona di Spagna il possesso
della Sardegna. Entrati a Sassari alla fine di dicembre, la saccheggiarono,
incutendo terrore nelle altre città sarde. I Bosani, per impedire un assalto
della flotta francese comandata da Andrea Doria, reagirono l'anno successivo
ostruendo con dei massi la foce del Temo, forse a S'Istagnone, determinando
però in questo modo il rapido decadimento del porto, e l'inizio di un lungo
periodo di straripamenti del Temo che resero l'ambiente malsano. Da allora
le imbarcazioni presero ad attraccare all'Isola Rossa. Morta senza eredi
Isabella di Villamarina, il re Filippo II di Spagna sequestrò il territorio
riunendolo al patrimonio regio. Da allora Bosa divenne a tutti gli effetti
una città reale, cessando di essere sotto un'autorità feudale. Nel 1565, per
ordine del re, e su richiesta dello stamento militare, vennero tradotti in
lingua catalana gli statuti di Bosa, originariamente in italiano o in sardo.
Probabilmente intorno al 1580, nell'ambito del progetto di fortificazione
delle coste sarde, fu costruita la torre dell'Isola Rossa, già citata dal
Fara nella sua Corografia della Sardegna. Dal 1583 l'amministrazione di essa
fu demandata ad un alcaide, che vi risiedeva insieme alla sua guarnigione
composta da un artigliere e quattro soldati. Il 1591 fu per la cultura
bosana un anno straordinario. In quell'anno infatti fu consacrato vescovo
Giovanni Francesco Fara, il padre della storiografia sarda. Egli diresse la
chiesa bosana soltanto per sei mesi, durante i quali visitò tutte le
parrocchie; ma subito convocò il sinodo diocesano (10-12 giugno 1591), e con
le sue costituzioni riorganizzò la diocesi secondo i canoni tridentini. Con
tutta probabilità si deve a lui la costituzione dell'archivio diocesano e
l'avvio della redazione dei cinque libri, il cui documento più antico
conservato oggi è del 1594. All'interessamento del Fara dovette
probabilmente la libertà e la possibilità di uscire di prigione il poeta
bosano Pietro Delitala, uno tra i primi autori sardi ad usare nella sua
opera la lingua italiana. Dal carcere indirizzò alcuni sonetti di supplica
al vescovo, e da altre liriche si evince che nel 1590 era tornato in
libertà. Trascorse i suoi ultimi anni a Bosa, dove prese moglie ed ebbe
cinque figli, fu podestà della città e Cavaliere nello Stamento Militare del
Parlamento del Regno di Sardegna. A Bosa operava già dal 1569 come canonico
della cattedrale anche Gerolamo Araolla, il maggiore poeta in lingua sarda
dell'età spagnola, che vi compose le sue opere (Sa vida, su martiriu et
morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuariu, e Rimas
diversas spirituales), e fu forse anche alcaide del castello di Serravalle
nella prima decade del Seicento. Il periodo postridentino vide anche
l'arrivo a Bosa dei Cappuccini, che vi edificarono il loro convento (1609);
e la fondazione delle confraternite della S. Croce e del Rosario, e dei
gremii dei sarti e calzolai e dei fabbri. Il nuovo secolo fu però un periodo
di grande decadenza, come per tutti i dominii spagnoli, anche per Bosa.
Apertosi con la grave inondazione del 1606, funestato dalla peste
(1652-'56), da un violento incendio (1663), dalla grande carestia del 1680,
dalle continue incursioni ottomane e dalla forte recessione economica, vide
precipitare la popolazione dai circa 9000 abitanti del 1609 ai 4372 del
1627, ridotti ancora a 2023 nel 1688. Non dovette giovare molto la
concessione dello statuto di porto franco da parte del re Filippo IV, nel
1626. Poco dopo, nel 1629, con la concessione della Planargia in feudo a don
Antonio Brondo, Bosa perdeva anche i contributi in grano dell'entroterra.
Tuttavia verso la fine del secolo, in seguito a varii passaggi di mano del
feudo che, poverissimo e spopolato, era caduto nel disinteresse dei suoi
signori, la città ne riprese di fatto il controllo.
Periodo sabaudo
Passata con l'intera Sardegna agli Asburgo nel 1714, quindi ai Savoia nel
1718-'20, la città riacquistò via via una certa importanza: già nel 1721 le
barche coralline napoletane furono autorizzate a far quarantena anche nel
porto di Bosa, e di conseguenza fu inaugurato un lazzaretto a S. Giusta. La
popolazione era andata in quegli anni progressivamente aumentando, tanto che
dai 3335 abitanti del 1698, si era giunti nel 1728 a 3885, e nel 1751 a
4609. Nel 1750 Carlo Emanuele III autorizzò un gruppo di coloni provenienti
dalla Morea a insediarsi su una parte del territorio di Bosa: fu così
fondato il paese di S. Cristoforo, in seguito chiamato Montresta. Gli
immigrati, però, furono insediati in territorii fino ad allora usati dai
pastori bosani: non ebbero perciò vita facile, e furono oggetto dell'aperta
ostilità della città, spesso sfociata in fatti di sangue, cosicché un secolo
dopo, secondo l'Angius, delle famiglie greche restavano due soli membri.
Interessante per questo periodo è la relazione nel 1770 della visita che il
Viceré Vittorio Ludovico de Hayes compì anche a Bosa: venne segnalato lo
stato d'abbandono degli ufficii ed in particolare degli archivii. Il 4
maggio 1807 Bosa divenne capoluogo di provincia per un decreto del re
Vittorio Emanuele I, che però concedeva al prefetto la facoltà di risiedere
a Cuglieri nei mesi estivi. La città rimase capoluogo fino al 1821, quando,
a seguito della riorganizzazione delle province, la sede principale divenne
Cuglieri, e Bosa rimase centro di distretto. Nel 1859, ridiviso il
territorio della Sardegna nelle due sole province di Cagliari e Sassari, la
città fu accorpata alla prima, e vi rimase fino all'istituzione della
Provincia di Nuoro nel 1927.
Dall'unità d'Italia a oggi
La città conobbe nell'Ottocento un incremento demografico progressivo ma
lento: la popolazione passò via via dai 5600 abitanti del 1821 ai 6260 del
1844, ai 6403 del 1861, ai 6696 del 1881, ai 6846 del 1901. Si sviluppò
tuttavia l'attività della concia delle pelli (sulla sinistra del Temo, negli
edificii noti come sas Conzas), mentre le vecchie mura vennero abbattute e
già alla metà del XIX secolo la città si ampliò verso il mare, secondo le
indicazioni del piano d'ornato di Pietro Cadolini (1867). Il rinnovamento
delle vecchie infrastrutture, come il ponte sul Temo (1871), e le nuove
costruzioni, quali l'acquedotto (1877) e la rete fognaria, che posero
rimedio all'ambiente insalubre della città, o la strada ferrata a
scartamento ridotto per Macomer, segnarono un risveglio che soltanto dopo la
grande guerra conobbe un sensibile rallentamento. Nel 1869, dopo decennii di
richieste, si cercò di ridar vita anche al porto, ormai scomparso da più di
trecento anni, congiungendo l'Isola Rossa alla terraferma, senza però che si
ottenessero risultati apprezzabili. Le opere pubbliche di questi anni
diedero al centro un aspetto dignitoso ancora oggi pienamente fruibile;
tuttavia per il comune di allora, accanto al miglioramento delle condizioni
di vita, significarono anche un forte indebitamento, che con gli anni,
sommandosi alla pressione fiscale voluta dal ministero, diede origine a una
rivolta popolare (14 aprile 1889). La popolazione conobbe un'evoluzione
relativamente modesta anche nel corso del Novecento (8632 abitanti nel 1971,
ma 7332 nel 1981) ed è proprio grazie a questa sua scarsa vitalità che Bosa
ha potuto mantenere una fisionomia storica sconosciuta in molti altri centri
della Sardegna. Negli ultimi decennii tuttavia un'eccessiva espansione che
l'ha congiunta alla marina, con interventi edilizii assai discutibili, tra
cui un nuovo ponte carrabile all'altezza di Terrìdi (anni 1980), e
addirittura uno pedonale presso il centro storico (circa 2000), hanno almeno
in parte alterato il sapore tradizionale del suo ambiente. Oggi per di più,
anche in seguito all'apertura della litoranea per Alghero, la città è
avviata verso un rilancio turistico, che se rappresenta un'opportunità
economica per gli abitanti, rischia di compromettere definitivamente il suo
carattere. Nel maggio 2005, in attuazione della Legge Regionale di riforma
delle circoscrizioni provinciali della Sardegna, il comune di Bosa è passato
dalla Provincia di Nuoro alla Provincia di Oristano.
Link
www.bosa.it
www.bosa.net
www.comune.bosa.nu.it
www.bosadiving.it
www.portoalabe.it
www.infobosa.it
Fonte: Wikipedia.org.
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