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Selinunte
Secondo Tucidide, Selinunte fu fondata verso la metà del VII secolo a.C. da
coloni greci provenienti da Megara Iblea. Il sito scelto stava sulla costa
del Mar Mediterraneo, tra le due valli fluviali del Belice e del Modione.
Il nome deriva dal sedano selvatico (σέλινον in greco) che i coloni vi
trovarono in abbondanza. Una pianta di sedano era raffigurata anche sulle
monete coniate più tardi a Selinunte.
La città fu l'avamposto occidentale della cultura greca in Sicilia. Si alleò
con Cartagine, soprattutto per assicurarsi protezione contro la vicina città
elima di Segesta. Ma dopo la disastrosa Campagna di Sicilia degli ateniensi
(415-413 a.C.) cambiarono gli equilibri: Segesta, prima alleata di Atene,
riuscì ad assicurarsi l'alleanza con i cartaginesi. I selinuntini non
avevano colto i segni del cambiamento e distrussero Segesta, che credevano
ormai priva di protezione. La reazione di Cartagine fu drastica: secondo
Diodoro Siculo la città fu distrutta completamente, su 25.000 abitanti
16.000 morirono e 5.000 furono fatti prigionieri.
Selinunte fu successivamente ricostruita da coloni greci e punici. Nel 250
a. C. Roma, dopo aver vinto la prima guerra punica, distrusse una seconda
volta la città, che non si sarebbe più ripresa.
Storia
Secondo Tucidide, Selinunte fu fondata verso la metà del VII secolo a.C. da
coloni greci provenienti da Megara Iblea. Il sito scelto stava sulla costa
del Mar Mediterraneo, tra le due valli fluviali del Belice e del Modione.
Il nome deriva dal sedano selvatico (σέλινον in greco) che i coloni vi
trovarono in abbondanza. Una pianta di sedano era raffigurata anche sulle
monete coniate più tardi a Selinunte.
La città fu l'avamposto occidentale della cultura greca in Sicilia. Si alleò
con Cartagine, soprattutto per assicurarsi protezione contro la vicina città
elima di Segesta. Ma dopo la disastrosa Campagna di Sicilia degli ateniensi
(415-413 a.C.) cambiarono gli equilibri: Segesta, prima alleata di Atene,
riuscì ad assicurarsi l'alleanza con i cartaginesi. I selinuntini non
avevano colto i segni del cambiamento e distrussero Segesta, che credevano
ormai priva di protezione. La reazione di Cartagine fu drastica: secondo
Diodoro Siculo la città fu distrutta completamente, su 25.000 abitanti
16.000 morirono e 5.000 furono fatti prigionieri.
Selinunte fu successivamente ricostruita da coloni greci e punici. Nel 250
a. C. Roma, dopo aver vinto la prima guerra punica, distrusse una seconda
volta la città, che non si sarebbe più ripresa.
L’urbanistica di Selinunte
La città sorse su di un altopiano calcareo, terminante bruscamente con un
tratto di costa alta, assai facilmente difendibile da aggressioni
provenienti da un mare in salde mani fenicie. L’altopiano, culminante
appunto sul mare con l’acropoli, si prolunga più dolcemente a settentrione,
nell’interno, con la collina di Manuzza, anch’essa parte dell’abitato, sin
dalla fondazione; ad est e ad ovest l’abitato era lambito dal corso del
Cottone e del Selinos (da cui prese il nome della città). In antico,
tuttavia, le foci dei due fiumi erano alquanto arretrate rispetto
all’attuale linea di costa, cosicché Selinunte poteva godere, sui fianchi
orientale ed occidentale, di due ampie insenature destinate ad ospitare due
distinti porti. Questa circostanza ha favorito l’espansione
dell’insediamento anche sulle colline ad est e ad ovest dell’abitato, dove
sono sorti due complessi di natura sacrale: sulla collina orientale si
ergono i tre grandiosi templi denominati E, F e G, mentre sulla collina
occidentale, detta della Gaggera, si collocano il complesso del santuario
della Malophòros e il cosiddetto tempio M, che è da ritenere piuttosto una
fontana monumentale. Porto principale era comunque (forse tardivamente) da
quell’orientale esteso per circa 600 metri verso l’interno, guarnito anche
da un probabile molo o diga protendentesi dall’acropoli (se ne sono visti
alcuni blocchi sommersi) e da banchine disposte in senso nord-sud,
attualmente insabbiate.
Le necropoli, prive della monumentalità che caratterizza invece quelle della
madrepatria Megara Iblea, con sepolture prevalentemente (85-88 %) ad
inumazione dai corredi non particolarmente sontuosi, sono ad est, a
settentrione del moderno villaggio di Marinella, in località Buffa, a nord,
oltre la collina di Manuzza, e ad ovest: la necropoli settentrionale, in
località Galera-Bagliazzo, è quella più antica, con sepolture in prevalenza
del VII-VI secolo a. C., mentre quella occidentale in località Pipio e
Manicalunga-Timpone Nero, con sepolture di VI-V secolo a. C., riflette il
crescente prestigio del vicino santuario delle divinità infere e ctonie
della Gaggera.
L’urbanistica di Selinunte, uno degli esempi più complessi ed articolati,
sul piano formale, della Sicilia greca e di tutto il mondo antico, è stata
indagata a fondo in questi ultimi anni, soprattutto per verificare il
rapporto esistente tra la struttura regolare accertata almeno già dal VI
secolo a. C. e il tipo d’impianto realizzato nel tardo VII secolo a. C.,
all’atto della fondazione o subito dopo. Sull’acropoli, lunga circa 500
metri e larga (estensione massima) 300, l’insediamento è avvenuto sul
vergine e la sistemazione dell’impianto urbano si può datare al 580 a. C.:
una grande platea al centro dell’altopiano segna l’asse dominante della
struttura e conduce fino al monumentale témenos dei templi dell’acropoli, ma
senz’oltrepassarlo, incrociando una trasversale ortogonale est-ovest,
maggiore delle altre trasversali, poste a distanza di 32 metri l’una
dall’altra. Gli isolati tuttavia, a causa della conformazione a mo’ di
trapezio irregolare dell’acropoli, sono di lunghezza variabile, e si
prolungavano fin sull’istmo che collega l’acropoli con la collina di Manuzza.
Anche quest’ultima era organizzata secondo un impianto regolare: una
gigantesca griglia d’isolati allungati in senso più rigorosamente nord-sud
(costantemente di m 190 x 32), che presentava almeno due grandi plateiai
nord-sud, quattro est-ovest e da tre a cinque strade minori intermedie,
copre l’intera collina di Manuzza e si prolunga verso la valle del Cottone a
nord-est e sud-est, costituendo un sistema esteso per oltre 1600 x 600 m,
una vera e propria megalopoli. L’occupazione delle pendici di Manuzza ha un
preciso contrappunto in quella delle zone portuali, soprattutto ad ovest,
dove sorsero, con monumentali terrazzamenti, i quartieri collegati alle
attività emporiche: a questa sistemazione, che si deve probabilmente ad
epoca posteriore al primo impianto urbanistico regolare, si riferisce forse
la tradizione (Diogene Laerzio, VIII 70), secondo la quale il filosofo
Empedocle avrebbe guidato la bonifica dei fiumi di Selinunte (444 a. C.),
evento secondo alcuni commemorato da emissioni monetali successive alla
caduta di Ierone di Siracusa (467 a. C.), costituite da tetradrammi (in
luogo dei tradizionali didrammi) recanti al dritto Apollo e Artemide su
quadriga e al rovescio il sacrificio ad un altare d’Asclepio delle due
divinità fluviali, simbolo del risanamento operato sui corsi d’acqua.
La grande popolosità della città, sin dall’inizio, è assicurata oltre che
dall’estensione dell’abitato, anche da iscrizioni, che ricordano tra gli
altri un arcade (SEG XIV 594), o l’accoglimento di esuli megaresi (SEG XI
1179), e persino una Tyrranà, un’etrusca, e soprattutto dell’enorme
estensione delle necropoli, in particolare di quella di Manicalunga, vissuta
principalmente nel V secolo a. C. Un calcolo delle tombe – saccheggiate
soprattutto dai clandestini negli anni ’50 del Novecento – fa ascendere ad
oltre centomila il numero delle sepolture, accordandosi statisticamente col
dato riferitoci da Diodoro Siculo (XIII 57-8), secondo il quale nella città,
al momento della sua caduta nel 409 a. C., sarebbero stati presenti (senza
contare i numerosissimi schiavi e soprattutto i meticci) 23.600 cittadini
maschi, di cui 16.000 furono uccisi, 5.000 furono fatti schiavi e 2.600
riuscirono a fuggire ad Agrigento. In ogni caso, se nel V secolo a. C., per
ammissione delle fonti, Selinunte era tra le città più prospere e popolate
della Sicilia (Diodoro XIII 44), la grande edilizia pubblica testimonia che
tale prosperità era già enorme nel cuore del VI secolo a. C., quando appunto
si pose mano all’organizzazione razionale degli spazi urbani.
L’espansione del VI secolo
I primi anni di vita della colonia la vedono impegnata in guerra contro i
vicini Elimi. La sfortunata impresa di Pentatlo, che non influì in maniera
diretta sui destini della città, accolse nella compagine urbana qualche
superstite, ma questo non turbò apparentemente i buoni rapporti con
Cartagine, benché quell’impresa fosse diretta specificamente contro il
prezioso emporio fenicio di Lilibeo. Lo sviluppo economico-sociale della
città non procede nel corso del VI secolo a. C., quando (570 a. C. circa)
Selinunte fonda come sottocolonia Eraclea Minoa (Erodoto, V 46): l’episodio
s’inquadra nella tendenza della città ad impadronirsi delle terre
pianeggianti migliori, al di là delle linee naturali di risalita dei fiumi,
e cioè lungo il tratto di costa ancora libero dalla nascente grandezza
d’Agrigento, neo-fondata sottocolonia di Gela; si venne così a fissare alle
foci del Platani (antico “Halykos”) un confine storico con la grande vicina.
È probabile che già uno stanziamento fosse presso la moderna Sciacca, sempre
sulla costa: in tal modo l’estensione costiera dei possessi selinuntini
diveniva veramente notevole, e le sue zone pianeggianti, atte alle culture
granarie, erano quasi senza pari nella Sicilia greca. Tale vistosa
espansione (non è affatto certa, però, la presenza di uno stanziamento
selinuntino a carattere emporico a Marsala, nel cuore della Sicilia punica,
notizia più volte ripetuta, ma mai veramente dimostrata) fu causa ed effetto
di due importanti fatti politici che caratterizzano la vita della città:
l’emergere della tirannide, verosimilmente negli anni centrali del secolo, e
la quasi costante amicizia con Cartagine.
Le fonti parlano per il VI secolo a. C. d’almeno due tiranni, Pitagora e il
suo successore Eurileonte, un superstite della sfortunata apolkia
(colonizzazione) d’Eraclea nel territorio di Erice guidata dal principe
spartano Doriso (511/10 a. C.): anteriormente a questi due tyrannoi, non si
sa quale tipo di governo, aristocratico o tirannico, reggesse Selinunte.
Tuttavia, la grande ristrutturazione urbanistica della città e il già
riscontrato atteggiamento di benevola neutralità verso la fondazione
d’Agrigento (582 a. C.), uniti al vistoso sviluppo economico e demografico
della città nei primi anni del VI secolo, c’inducono a ritenere probabile,
malgrado il silenzio delle fonti, se non un precoce emergere della tirannide
a Selinunte, certo almeno l’affacciarsi di quei conflitti sociali che nelle
colonie, più ancora che nella madrepatria, hanno costantemente condotto
all’affermarsi di reggimenti autoritari. Non è un caso che nella vicina
Agrigento la tirannide di Falàride s’instauri quasi al momento della
fondazione (582 a. C.), e sia subito seguita dalle più scolorite di
tiranni-esimneti Alcandro e Alcàmene; riacquista così una più precisa
collocazione cronologica ed una più piena attendibilità l’incerta figura del
tiranno di Selinunte Terone figlio di Milziade (Polieno I 28), giustamente
collegata da G. Maddoli al fallimento dell’impresa di Pentatlo e alle
imprese vittoriose del cartaginese Malco (570 a. C.).
La grandiosa sistemazione urbana di Selinunte si comprende meglio perciò se
inquadrata nella prospettiva di governi tirannici, fautori di un assetto
della città e della campagna, capace d’assicurare sempre più abbondanti
rifornimenti granari e maggior prestigio per l’autore delle realizzazioni
monumentali. Sempre in quest’ottica si comprende meglio la pressoché
costante politica filo-cartaginese della città. Non si tratta soltanto di un
effetto collaterale di presenze tiranniche al vertice del governo di
Selinunte (la cui politica prosegue anche dopo la cacciata dell’ultimo dei
tiranni), ma piuttosto dalla necessaria conseguenza di una realtà economica
di fondo, costituita dal naturale incontro tra presenza e connotazione
mercantile dell’elemento fenicio e poi punico nella Sicilia occidentale da
una parte e capacità produttiva agricola dispiegata dalla più occidentale
delle colonie greche dell’isola dall’altra. Non fa dunque meraviglia che,
quando alla fine del V secolo a. C. Cartagine muterà i propri indirizzi
economici di fondo, orientandosi verso le conquiste territoriali in Africa e
altrove, e dunque verso una crescente produzione diretta di derrate
alimentari, cessando di dipendere in larga misura dalle importazioni, la
metropoli punica non esiterà a distruggere senza pietà l’antica città
partner d’antichi scambi. Non è perciò difficile immagine l’origine
selinuntina di capolavori di scultura greca come l’auriga di marmo scoperto
a Mozia, parallelo perfetto della dedica deifica (“FD” III 1, n. 506),
databile al 450 a. C. circa, di un “Phi[---]os”, Asklapiadas di Selinunte,
opera dello scultore selinuntino Akron figlio di Praton, e dell’iscrizione
metrica selinuntina trovata nella stessa isola di Mozia, caposaldo della
presenza fenicio-punica nelle acque di Sicilia (“SEG” IV 44). Selinunte e
l’area fenicia della Sicilia occidentale (e via via a partire dal pieno VI
secolo a. C. anche il territorio elimo) costituiscono un’area economica
fortemente omogenea, con precise connotazioni economiche ripartite fra i
differenti gruppi.
In quest’ottica acquistano un particolare significato anche le maggiori
realizzazioni architettoniche della metropoli selinuntina. Al 560 a. C.,
risale la nascita dei due colossali templi dell’acropoli, quelli denominati
C e D, mentre quasi contemporaneamente sulla collina orientale viene eretto
il tempio F, senza contare le numerose terrecotte architettoniche adeposte
databili sempre nello stesso torno di tempo. La seconda fase, quella delle
tirannidi storicamente note di Pitagora ed Eurileonte, è invece da ritenere
responsabile del colossale terrazzamento del lato orientale dell’acropoli,
dell’inizio dell’opus infinitum del tempio G e della ricostruzione, rimasta
poi interrotta, della seconda fase del tempio E, nonché dell’erezione del
thesaurus dei Selinuntini ad Olimpia e, sempre nella medesima Selinunte,
della colossale fontana extraurbana (il cosiddetto tempio M), tipica
realizzazione delle tirannie arcaiche, dall’enneakrounos (fontana a nove
getti) di Pisistrato ad Atene alla fontana di Teagene a Megara e
all’acquedotto della Samo policratea.
Caduta delle tirannidi nel V secolo
La serie delle tirannidi viene bruscamente interrotta con l’eliminazione
violenta di Eurileonte grazie all’aiuto cartaginese (altra prova, se si
vuole, della non meccanicità del collegamento, voluto dall’inconscio
razzismo di certa storiografia moderna, fra tirannidi e “barbarie
semitica”): la natura del nuovo governo della città resta per noi
sconosciuta, ma è probabile che si sia trattato di forme aristocratiche,
legate allo sfruttamento della terra e ai rapporti privilegiati con
Cartagine. L’atteggiamento filo-cartaginese della nuova classe dirigente si
riconferma a più riprese nel corso del V secolo a. C.: neutrale nel
gigantesco scontro greco-punico d’Himera (480 a. C.), malgrado formali
atteggiamenti di solidarietà ellenica (Diodoro, XI 68, 1). Selinunte giunse
a dar ospitalità a Giscone, figlio del generale cartaginese Amilcare, caduto
appunto nella battaglia d’Himera (Diodoro, XIII 43, 5). È tuttavia in questo
contesto che Diodoro c’informa dell’esistenza di un portico aristocratico
filo-cartaginese e di uno democratico fautore di una più stretta alleanza
con le altre città siceliote.
Il V secolo a. C. è per noi un periodo di relativa oscurità nella vita
socio-politica della città. La Grande Tavola Selinuntina, iscrizione
monumentale posta nel tempio G, allude ad una vittoria ottenuta dalla città
grazie all’appoggio delle principali divinità selinuntine, ma non siamo in
grado di stabilire contro quali nemici tale vittoria sia stata conseguita.
Non è impossibile che in questa stessa circostanza sia stato ricostruito,
nella forma definitiva, il tempio E (460 a. C.), mentre al periodo delle
restaurate libertà repubblicane, e comunque prima della battaglia d’Himera,
risale la costruzione di due templi sull’acropoli, quasi a riscontro dei
santuari realizzati dalle tirannidi (templi C e D). Si tratta dei templi A e
O, databili al decennio 490-80 a. C., quando venne creato anche il propileo
a T d’accesso ad essi. Sempre al V secolo a. C., ma precedentemente ai
templi A e O, sembra risalire il grande portico ad L che delimita la
prospettiva dei templi C e D, se pure esso (mancano elementi certi per una
sua precisa cronologia) non è d riferirsi all’estrema fase delle tirannidi,
periodo in cui possiamo datare invece con certezza una seconda sistemazione
dell’acropoli, con muri perimetrali a grandi strutture isodome (cioè a
grandi blocchi regolari disposti in filari con sfalsature di mezzo blocco)
in luogo della tecnica a piccoli blocchi che caratterizza il resto
dell’abitato – ossia la collina di Manuzza – dalla fondazione della città
alla distruzione del 409 a. C. Il significato di quest’intervento è tutt’altro
che chiaro: può trattarsi di un progetto mirante ad una monumentalizzazione
totale dell’acropoli, ma il permanere, secondo l’originario impianto
urbanistico degl’isolati nella parte settentrionale (quella meridionale
conservava il suo carattere di settore sacro dell’impianto, enfatizzato
subito dopo con l’edificazione dei templi A ed O) dimostra che la
destinazione ad abitato del settore non veniva messa in questione. Potrebbe
trattarsi anche di un segnale del concentrarsi nella parte della città più
eminente e difesa, nonché prestigiosamente adorna d’augusti santuari, di
gruppi aristocratici che andavano minando il potere tirannico o lo avevano
appena eliminato: la data di questo significativo intervento urbanistico è
fissata, infatti, attorno al 500 a. C.
A metà del V secolo a. C., quando ormai Eraclea Minoa è entrata (480 a. C.
circa) nella sfera d’influenza agrigentina, il fervore edilizio della città
sembra cessare, tranne qualche intervento marginale nel santuario della
Malophòros (propileo d’accesso). E sembra tacere anche la grande scuola di
scultura selinuntina, attiva sin dalla prima metà del VI secolo a. C.: dalle
metope Salinas a quelle dei templi C, F ed E, e fino all’auriga di Mozia e
al celebre efebo bronzeo. Solo la pietà nel popolare santuario di Demetra
Malophòros non appare in declino, e il dato è di grande interesse, perché
può costituire un indizio di un progressivo emergere di strati popolari
nell’oscuro quadro sociale della città. Non va dimenticata, in questo
contesto, l’alleanza tra Atene e gli Elimi (“IG” I2 19), databile con tutta
probabilità al 458/7, cui fa da contrappunto la guerra (454 a. C.), che vede
Segesta schierata contro l’alleanza fra Selinunte e Lilibeo. È questo il
preannunzio del grande conflitto siracusano-ateniese, poiché l’antefatto di
tale conflitto è proprio (416 a. C.) la richiesta d’aiuto ad Atene di
Segesta in occasione di un’ennesima controversia di natura territoriale e
giuridica (la già ricordata epigamia) con Selinunte (Diodoro Siculo, XII 82;
Tucidide, VI 6, 2 sgg.).
La perdita dell’indipendenza
Uno dei generali della sfortunata spedizione ateniese del 415-3 a. C.,
Nicia, aveva pensato di far rotta su Selinunte, per accontentare gli alleati
Segestani ed evitare l’impatto iniziale con la metropoli siracusana, ma
aveva alfine prevalso la linea dello scontro diretto con Siracusa,
propugnata da Lamaco e, con sfumature politiche diverse, da Alcibiade (Tucidide,
VI 25 ss.). Causa prima del gigantesco conflitto, che rapidamente finì per
opporre agl’invasori Ateniesi l’intera Sicilia tranne Agrigento, Selinunte
non riuscì a portare il proprio aiuto all’assediata Siracusa, sia per la
guerriglia opposta dagl’indigeni della città di Halykiai, legata da alleanza
con Atene (“SEG” X 68), sia soprattutto per l’opposizione d’Agrigento e di
Centuripe al passaggio delle truppe selinuntine dirette ad oriente.
La tragica sconfitta del corpo di spedizione ateniese del 413 a. C. spinge
Segesta, ormai lasciata alla mercé di Selinunte, a richiedere l’intervento
di Cartagine (410 a. C.), anche in considerazione del probabile mutamento di
governo di Selinunte in senso democratico e filo-siracusano: nel 409 a. C.
un piccolo esercito di 5.000 mercenari libici e 800 campani, guidati da
Annibale (figlio di quel Giscone che era stato ospitato a Selinunte dopo la
battaglia d’Himera) ha ragione della disperata resistenza dei Selinuntini,
durata nove giorni e conclusasi con un bagno di sangue degli assediati e con
la distruzione della città e delle mura di cinta (Diodoro Siculo, XIII 43 ss.).
L’eroe della resistenza siracusana Ermocrate, ritornato dall’esilio, chiamò
allora all’appello le popolazioni siceliote contro la minaccia cartaginese
che, dopo Selinunte, aveva avuto ragione anche d’Himera (408 a. C.), stabilì
proprio nelle rovine della città selinuntina il proprio quartier generale e,
con audaci colpi di mano, minacciò i territori cartaginesi e le medesime
città puniche di Mozia e Panormo (Palermo). Il tentativo d’Ermocrate, ucciso
nel tentativo di riconquistare Siracusa, fu purtroppo effimero, e nella
feroce lotta fra Cartaginesi e Siracusani, donde emergerà il potere del
nuovo tiranno di Siracusa, Dionigi, Selinunte resterà definitivamente in
mani puniche. Il possesso di Selinunte da parte di Cartagine sarà confermato
nei trattati greco-cartaginesi del 405, del 383 e del 306 a. C.
Selinunte punica
L’abitato si restringe alla sola area dell’acropoli, lasciando deserte la
collina di Manuzza e la collina orientale, mentre sembra continuare la
frequentazione del popolare santuario della Malophòros, peraltro in pieno
accordo con l’ampio favore accordato a Cartagine e nelle zone di dominio
pubblico, sin dal 396 a. C., al grande culto agrario di Demetra e Kore. La
vita dell’abitato punico è documentata archeologicamente da case di media
grandezza, nei cui pavimenti di cocciopesto è inserito a mosaico il segno di
Tanit, e da un piccolo luogo di culto nell’area dell’antico témenos
dell’acropoli, con tipico apprestamento sacro di tipo punico. Enigmatica
resta la destinazione del tempio B, un piccolo edificio d’impianto ellenico,
ma la cui cronologia ricade ampiamente nell’ambito della dominazione punica
(IV secolo a. C.). L’ipotesi che si tratti dell’heroon (tempio sede di un
culto eroico) di Empedocle, bonificatore delle paludi selinuntine, non può
quindi essere sostenuta, e occorre pensare piuttosto a un culto punico
fortemente ellenizzato, come quelli di Demetra o d’Asclepio-Eshmun.
L’abitato ebbe per l’eparchia cartaginese di Sicilia notevole importanza,
come dimostra il sistema di fortificazioni dell’acropoli, tradizionalmente
attribuito ad Ermocrate (cfr. Diodoro, XIII 63, 3), ma che s’inquadra bene
nell’esperienza della poliorcetica (la tecnica delle fortificazioni urbane)
della prima metà del IV secolo a. C. Dopo una breve parentesi (276 a. C.)
d’occupazione da parte di Pirro, durante la prima guerra punica (250 a. C.)
la popolazione venne evacuata a Lilibeo e la città rimase definitivamente in
abbandono, con rare e modeste occupazioni antiche (Strabone, VI 2, 6; Plinio
il Vecchio, “Nat. Hist.” III 90), medievali e moderne, annidate perlopiù tra
le rovine dei grandi templi, costituendo – malgrado discutibili operazioni
d’anastilosi (cioè di reinnalzamento di templi) del nostro secolo – uno dei
paesaggi di rovine più suggestivi del mondo.
Il parco archeologico di Selinunte
I ruderi della città si trovano sul territorio del comune di Castelvetrano,
nella parte meridionale della provincia di Trapani. Tutto il terreno
interessato forma oggi un parco archeologico della dimensione di ca. 40
ettari.
Le sculture trovate neglii scavi di Selinunte si trovano soprattutto nel
Museo Nazionale Archeologico di Palermo. Fa eccezione l'opera più famosa,
l'Efebo di Selinunte, che è oggi esposto al Museo Comunale di Castelvetrano.
I resti di Selinunte sono divisibili in tre aree principali, l'Acropoli, la
collina orientale, e il santuario della Malophoros.
Fonte: Wikipedia.org
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