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Selinunte
Secondo Tucidide, Selinunte fu fondata verso la metà del VII secolo a.C. da coloni greci provenienti da Megara Iblea. Il sito scelto stava sulla costa del Mar Mediterraneo, tra le due valli fluviali del Belice e del Modione.
Il nome deriva dal sedano selvatico (σέλινον in greco) che i coloni vi trovarono in abbondanza. Una pianta di sedano era raffigurata anche sulle monete coniate più tardi a Selinunte.
La città fu l'avamposto occidentale della cultura greca in Sicilia. Si alleò con Cartagine, soprattutto per assicurarsi protezione contro la vicina città elima di Segesta. Ma dopo la disastrosa Campagna di Sicilia degli ateniensi (415-413 a.C.) cambiarono gli equilibri: Segesta, prima alleata di Atene, riuscì ad assicurarsi l'alleanza con i cartaginesi. I selinuntini non avevano colto i segni del cambiamento e distrussero Segesta, che credevano ormai priva di protezione. La reazione di Cartagine fu drastica: secondo Diodoro Siculo la città fu distrutta completamente, su 25.000 abitanti 16.000 morirono e 5.000 furono fatti prigionieri.
Selinunte fu successivamente ricostruita da coloni greci e punici. Nel 250 a. C. Roma, dopo aver vinto la prima guerra punica, distrusse una seconda volta la città, che non si sarebbe più ripresa.

Storia
Secondo Tucidide, Selinunte fu fondata verso la metà del VII secolo a.C. da coloni greci provenienti da Megara Iblea. Il sito scelto stava sulla costa del Mar Mediterraneo, tra le due valli fluviali del Belice e del Modione.
Il nome deriva dal sedano selvatico (σέλινον in greco) che i coloni vi trovarono in abbondanza. Una pianta di sedano era raffigurata anche sulle monete coniate più tardi a Selinunte.
La città fu l'avamposto occidentale della cultura greca in Sicilia. Si alleò con Cartagine, soprattutto per assicurarsi protezione contro la vicina città elima di Segesta. Ma dopo la disastrosa Campagna di Sicilia degli ateniensi (415-413 a.C.) cambiarono gli equilibri: Segesta, prima alleata di Atene, riuscì ad assicurarsi l'alleanza con i cartaginesi. I selinuntini non avevano colto i segni del cambiamento e distrussero Segesta, che credevano ormai priva di protezione. La reazione di Cartagine fu drastica: secondo Diodoro Siculo la città fu distrutta completamente, su 25.000 abitanti 16.000 morirono e 5.000 furono fatti prigionieri.
Selinunte fu successivamente ricostruita da coloni greci e punici. Nel 250 a. C. Roma, dopo aver vinto la prima guerra punica, distrusse una seconda volta la città, che non si sarebbe più ripresa.

L’urbanistica di Selinunte
La città sorse su di un altopiano calcareo, terminante bruscamente con un tratto di costa alta, assai facilmente difendibile da aggressioni provenienti da un mare in salde mani fenicie. L’altopiano, culminante appunto sul mare con l’acropoli, si prolunga più dolcemente a settentrione, nell’interno, con la collina di Manuzza, anch’essa parte dell’abitato, sin dalla fondazione; ad est e ad ovest l’abitato era lambito dal corso del Cottone e del Selinos (da cui prese il nome della città). In antico, tuttavia, le foci dei due fiumi erano alquanto arretrate rispetto all’attuale linea di costa, cosicché Selinunte poteva godere, sui fianchi orientale ed occidentale, di due ampie insenature destinate ad ospitare due distinti porti. Questa circostanza ha favorito l’espansione dell’insediamento anche sulle colline ad est e ad ovest dell’abitato, dove sono sorti due complessi di natura sacrale: sulla collina orientale si ergono i tre grandiosi templi denominati E, F e G, mentre sulla collina occidentale, detta della Gaggera, si collocano il complesso del santuario della Malophòros e il cosiddetto tempio M, che è da ritenere piuttosto una fontana monumentale. Porto principale era comunque (forse tardivamente) da quell’orientale esteso per circa 600 metri verso l’interno, guarnito anche da un probabile molo o diga protendentesi dall’acropoli (se ne sono visti alcuni blocchi sommersi) e da banchine disposte in senso nord-sud, attualmente insabbiate.
Le necropoli, prive della monumentalità che caratterizza invece quelle della madrepatria Megara Iblea, con sepolture prevalentemente (85-88 %) ad inumazione dai corredi non particolarmente sontuosi, sono ad est, a settentrione del moderno villaggio di Marinella, in località Buffa, a nord, oltre la collina di Manuzza, e ad ovest: la necropoli settentrionale, in località Galera-Bagliazzo, è quella più antica, con sepolture in prevalenza del VII-VI secolo a. C., mentre quella occidentale in località Pipio e Manicalunga-Timpone Nero, con sepolture di VI-V secolo a. C., riflette il crescente prestigio del vicino santuario delle divinità infere e ctonie della Gaggera.
L’urbanistica di Selinunte, uno degli esempi più complessi ed articolati, sul piano formale, della Sicilia greca e di tutto il mondo antico, è stata indagata a fondo in questi ultimi anni, soprattutto per verificare il rapporto esistente tra la struttura regolare accertata almeno già dal VI secolo a. C. e il tipo d’impianto realizzato nel tardo VII secolo a. C., all’atto della fondazione o subito dopo. Sull’acropoli, lunga circa 500 metri e larga (estensione massima) 300, l’insediamento è avvenuto sul vergine e la sistemazione dell’impianto urbano si può datare al 580 a. C.: una grande platea al centro dell’altopiano segna l’asse dominante della struttura e conduce fino al monumentale témenos dei templi dell’acropoli, ma senz’oltrepassarlo, incrociando una trasversale ortogonale est-ovest, maggiore delle altre trasversali, poste a distanza di 32 metri l’una dall’altra. Gli isolati tuttavia, a causa della conformazione a mo’ di trapezio irregolare dell’acropoli, sono di lunghezza variabile, e si prolungavano fin sull’istmo che collega l’acropoli con la collina di Manuzza. Anche quest’ultima era organizzata secondo un impianto regolare: una gigantesca griglia d’isolati allungati in senso più rigorosamente nord-sud (costantemente di m 190 x 32), che presentava almeno due grandi plateiai nord-sud, quattro est-ovest e da tre a cinque strade minori intermedie, copre l’intera collina di Manuzza e si prolunga verso la valle del Cottone a nord-est e sud-est, costituendo un sistema esteso per oltre 1600 x 600 m, una vera e propria megalopoli. L’occupazione delle pendici di Manuzza ha un preciso contrappunto in quella delle zone portuali, soprattutto ad ovest, dove sorsero, con monumentali terrazzamenti, i quartieri collegati alle attività emporiche: a questa sistemazione, che si deve probabilmente ad epoca posteriore al primo impianto urbanistico regolare, si riferisce forse la tradizione (Diogene Laerzio, VIII 70), secondo la quale il filosofo Empedocle avrebbe guidato la bonifica dei fiumi di Selinunte (444 a. C.), evento secondo alcuni commemorato da emissioni monetali successive alla caduta di Ierone di Siracusa (467 a. C.), costituite da tetradrammi (in luogo dei tradizionali didrammi) recanti al dritto Apollo e Artemide su quadriga e al rovescio il sacrificio ad un altare d’Asclepio delle due divinità fluviali, simbolo del risanamento operato sui corsi d’acqua.
La grande popolosità della città, sin dall’inizio, è assicurata oltre che dall’estensione dell’abitato, anche da iscrizioni, che ricordano tra gli altri un arcade (SEG XIV 594), o l’accoglimento di esuli megaresi (SEG XI 1179), e persino una Tyrranà, un’etrusca, e soprattutto dell’enorme estensione delle necropoli, in particolare di quella di Manicalunga, vissuta principalmente nel V secolo a. C. Un calcolo delle tombe – saccheggiate soprattutto dai clandestini negli anni ’50 del Novecento – fa ascendere ad oltre centomila il numero delle sepolture, accordandosi statisticamente col dato riferitoci da Diodoro Siculo (XIII 57-8), secondo il quale nella città, al momento della sua caduta nel 409 a. C., sarebbero stati presenti (senza contare i numerosissimi schiavi e soprattutto i meticci) 23.600 cittadini maschi, di cui 16.000 furono uccisi, 5.000 furono fatti schiavi e 2.600 riuscirono a fuggire ad Agrigento. In ogni caso, se nel V secolo a. C., per ammissione delle fonti, Selinunte era tra le città più prospere e popolate della Sicilia (Diodoro XIII 44), la grande edilizia pubblica testimonia che tale prosperità era già enorme nel cuore del VI secolo a. C., quando appunto si pose mano all’organizzazione razionale degli spazi urbani.

L’espansione del VI secolo
I primi anni di vita della colonia la vedono impegnata in guerra contro i vicini Elimi. La sfortunata impresa di Pentatlo, che non influì in maniera diretta sui destini della città, accolse nella compagine urbana qualche superstite, ma questo non turbò apparentemente i buoni rapporti con Cartagine, benché quell’impresa fosse diretta specificamente contro il prezioso emporio fenicio di Lilibeo. Lo sviluppo economico-sociale della città non procede nel corso del VI secolo a. C., quando (570 a. C. circa) Selinunte fonda come sottocolonia Eraclea Minoa (Erodoto, V 46): l’episodio s’inquadra nella tendenza della città ad impadronirsi delle terre pianeggianti migliori, al di là delle linee naturali di risalita dei fiumi, e cioè lungo il tratto di costa ancora libero dalla nascente grandezza d’Agrigento, neo-fondata sottocolonia di Gela; si venne così a fissare alle foci del Platani (antico “Halykos”) un confine storico con la grande vicina. È probabile che già uno stanziamento fosse presso la moderna Sciacca, sempre sulla costa: in tal modo l’estensione costiera dei possessi selinuntini diveniva veramente notevole, e le sue zone pianeggianti, atte alle culture granarie, erano quasi senza pari nella Sicilia greca. Tale vistosa espansione (non è affatto certa, però, la presenza di uno stanziamento selinuntino a carattere emporico a Marsala, nel cuore della Sicilia punica, notizia più volte ripetuta, ma mai veramente dimostrata) fu causa ed effetto di due importanti fatti politici che caratterizzano la vita della città: l’emergere della tirannide, verosimilmente negli anni centrali del secolo, e la quasi costante amicizia con Cartagine.
Le fonti parlano per il VI secolo a. C. d’almeno due tiranni, Pitagora e il suo successore Eurileonte, un superstite della sfortunata apolkia (colonizzazione) d’Eraclea nel territorio di Erice guidata dal principe spartano Doriso (511/10 a. C.): anteriormente a questi due tyrannoi, non si sa quale tipo di governo, aristocratico o tirannico, reggesse Selinunte. Tuttavia, la grande ristrutturazione urbanistica della città e il già riscontrato atteggiamento di benevola neutralità verso la fondazione d’Agrigento (582 a. C.), uniti al vistoso sviluppo economico e demografico della città nei primi anni del VI secolo, c’inducono a ritenere probabile, malgrado il silenzio delle fonti, se non un precoce emergere della tirannide a Selinunte, certo almeno l’affacciarsi di quei conflitti sociali che nelle colonie, più ancora che nella madrepatria, hanno costantemente condotto all’affermarsi di reggimenti autoritari. Non è un caso che nella vicina Agrigento la tirannide di Falàride s’instauri quasi al momento della fondazione (582 a. C.), e sia subito seguita dalle più scolorite di tiranni-esimneti Alcandro e Alcàmene; riacquista così una più precisa collocazione cronologica ed una più piena attendibilità l’incerta figura del tiranno di Selinunte Terone figlio di Milziade (Polieno I 28), giustamente collegata da G. Maddoli al fallimento dell’impresa di Pentatlo e alle imprese vittoriose del cartaginese Malco (570 a. C.).
La grandiosa sistemazione urbana di Selinunte si comprende meglio perciò se inquadrata nella prospettiva di governi tirannici, fautori di un assetto della città e della campagna, capace d’assicurare sempre più abbondanti rifornimenti granari e maggior prestigio per l’autore delle realizzazioni monumentali. Sempre in quest’ottica si comprende meglio la pressoché costante politica filo-cartaginese della città. Non si tratta soltanto di un effetto collaterale di presenze tiranniche al vertice del governo di Selinunte (la cui politica prosegue anche dopo la cacciata dell’ultimo dei tiranni), ma piuttosto dalla necessaria conseguenza di una realtà economica di fondo, costituita dal naturale incontro tra presenza e connotazione mercantile dell’elemento fenicio e poi punico nella Sicilia occidentale da una parte e capacità produttiva agricola dispiegata dalla più occidentale delle colonie greche dell’isola dall’altra. Non fa dunque meraviglia che, quando alla fine del V secolo a. C. Cartagine muterà i propri indirizzi economici di fondo, orientandosi verso le conquiste territoriali in Africa e altrove, e dunque verso una crescente produzione diretta di derrate alimentari, cessando di dipendere in larga misura dalle importazioni, la metropoli punica non esiterà a distruggere senza pietà l’antica città partner d’antichi scambi. Non è perciò difficile immagine l’origine selinuntina di capolavori di scultura greca come l’auriga di marmo scoperto a Mozia, parallelo perfetto della dedica deifica (“FD” III 1, n. 506), databile al 450 a. C. circa, di un “Phi[---]os”, Asklapiadas di Selinunte, opera dello scultore selinuntino Akron figlio di Praton, e dell’iscrizione metrica selinuntina trovata nella stessa isola di Mozia, caposaldo della presenza fenicio-punica nelle acque di Sicilia (“SEG” IV 44). Selinunte e l’area fenicia della Sicilia occidentale (e via via a partire dal pieno VI secolo a. C. anche il territorio elimo) costituiscono un’area economica fortemente omogenea, con precise connotazioni economiche ripartite fra i differenti gruppi.
In quest’ottica acquistano un particolare significato anche le maggiori realizzazioni architettoniche della metropoli selinuntina. Al 560 a. C., risale la nascita dei due colossali templi dell’acropoli, quelli denominati C e D, mentre quasi contemporaneamente sulla collina orientale viene eretto il tempio F, senza contare le numerose terrecotte architettoniche adeposte databili sempre nello stesso torno di tempo. La seconda fase, quella delle tirannidi storicamente note di Pitagora ed Eurileonte, è invece da ritenere responsabile del colossale terrazzamento del lato orientale dell’acropoli, dell’inizio dell’opus infinitum del tempio G e della ricostruzione, rimasta poi interrotta, della seconda fase del tempio E, nonché dell’erezione del thesaurus dei Selinuntini ad Olimpia e, sempre nella medesima Selinunte, della colossale fontana extraurbana (il cosiddetto tempio M), tipica realizzazione delle tirannie arcaiche, dall’enneakrounos (fontana a nove getti) di Pisistrato ad Atene alla fontana di Teagene a Megara e all’acquedotto della Samo policratea.

Caduta delle tirannidi nel V secolo
La serie delle tirannidi viene bruscamente interrotta con l’eliminazione violenta di Eurileonte grazie all’aiuto cartaginese (altra prova, se si vuole, della non meccanicità del collegamento, voluto dall’inconscio razzismo di certa storiografia moderna, fra tirannidi e “barbarie semitica”): la natura del nuovo governo della città resta per noi sconosciuta, ma è probabile che si sia trattato di forme aristocratiche, legate allo sfruttamento della terra e ai rapporti privilegiati con Cartagine. L’atteggiamento filo-cartaginese della nuova classe dirigente si riconferma a più riprese nel corso del V secolo a. C.: neutrale nel gigantesco scontro greco-punico d’Himera (480 a. C.), malgrado formali atteggiamenti di solidarietà ellenica (Diodoro, XI 68, 1). Selinunte giunse a dar ospitalità a Giscone, figlio del generale cartaginese Amilcare, caduto appunto nella battaglia d’Himera (Diodoro, XIII 43, 5). È tuttavia in questo contesto che Diodoro c’informa dell’esistenza di un portico aristocratico filo-cartaginese e di uno democratico fautore di una più stretta alleanza con le altre città siceliote.
Il V secolo a. C. è per noi un periodo di relativa oscurità nella vita socio-politica della città. La Grande Tavola Selinuntina, iscrizione monumentale posta nel tempio G, allude ad una vittoria ottenuta dalla città grazie all’appoggio delle principali divinità selinuntine, ma non siamo in grado di stabilire contro quali nemici tale vittoria sia stata conseguita. Non è impossibile che in questa stessa circostanza sia stato ricostruito, nella forma definitiva, il tempio E (460 a. C.), mentre al periodo delle restaurate libertà repubblicane, e comunque prima della battaglia d’Himera, risale la costruzione di due templi sull’acropoli, quasi a riscontro dei santuari realizzati dalle tirannidi (templi C e D). Si tratta dei templi A e O, databili al decennio 490-80 a. C., quando venne creato anche il propileo a T d’accesso ad essi. Sempre al V secolo a. C., ma precedentemente ai templi A e O, sembra risalire il grande portico ad L che delimita la prospettiva dei templi C e D, se pure esso (mancano elementi certi per una sua precisa cronologia) non è d riferirsi all’estrema fase delle tirannidi, periodo in cui possiamo datare invece con certezza una seconda sistemazione dell’acropoli, con muri perimetrali a grandi strutture isodome (cioè a grandi blocchi regolari disposti in filari con sfalsature di mezzo blocco) in luogo della tecnica a piccoli blocchi che caratterizza il resto dell’abitato – ossia la collina di Manuzza – dalla fondazione della città alla distruzione del 409 a. C. Il significato di quest’intervento è tutt’altro che chiaro: può trattarsi di un progetto mirante ad una monumentalizzazione totale dell’acropoli, ma il permanere, secondo l’originario impianto urbanistico degl’isolati nella parte settentrionale (quella meridionale conservava il suo carattere di settore sacro dell’impianto, enfatizzato subito dopo con l’edificazione dei templi A ed O) dimostra che la destinazione ad abitato del settore non veniva messa in questione. Potrebbe trattarsi anche di un segnale del concentrarsi nella parte della città più eminente e difesa, nonché prestigiosamente adorna d’augusti santuari, di gruppi aristocratici che andavano minando il potere tirannico o lo avevano appena eliminato: la data di questo significativo intervento urbanistico è fissata, infatti, attorno al 500 a. C.
A metà del V secolo a. C., quando ormai Eraclea Minoa è entrata (480 a. C. circa) nella sfera d’influenza agrigentina, il fervore edilizio della città sembra cessare, tranne qualche intervento marginale nel santuario della Malophòros (propileo d’accesso). E sembra tacere anche la grande scuola di scultura selinuntina, attiva sin dalla prima metà del VI secolo a. C.: dalle metope Salinas a quelle dei templi C, F ed E, e fino all’auriga di Mozia e al celebre efebo bronzeo. Solo la pietà nel popolare santuario di Demetra Malophòros non appare in declino, e il dato è di grande interesse, perché può costituire un indizio di un progressivo emergere di strati popolari nell’oscuro quadro sociale della città. Non va dimenticata, in questo contesto, l’alleanza tra Atene e gli Elimi (“IG” I2 19), databile con tutta probabilità al 458/7, cui fa da contrappunto la guerra (454 a. C.), che vede Segesta schierata contro l’alleanza fra Selinunte e Lilibeo. È questo il preannunzio del grande conflitto siracusano-ateniese, poiché l’antefatto di tale conflitto è proprio (416 a. C.) la richiesta d’aiuto ad Atene di Segesta in occasione di un’ennesima controversia di natura territoriale e giuridica (la già ricordata epigamia) con Selinunte (Diodoro Siculo, XII 82; Tucidide, VI 6, 2 sgg.).

La perdita dell’indipendenza
Uno dei generali della sfortunata spedizione ateniese del 415-3 a. C., Nicia, aveva pensato di far rotta su Selinunte, per accontentare gli alleati Segestani ed evitare l’impatto iniziale con la metropoli siracusana, ma aveva alfine prevalso la linea dello scontro diretto con Siracusa, propugnata da Lamaco e, con sfumature politiche diverse, da Alcibiade (Tucidide, VI 25 ss.). Causa prima del gigantesco conflitto, che rapidamente finì per opporre agl’invasori Ateniesi l’intera Sicilia tranne Agrigento, Selinunte non riuscì a portare il proprio aiuto all’assediata Siracusa, sia per la guerriglia opposta dagl’indigeni della città di Halykiai, legata da alleanza con Atene (“SEG” X 68), sia soprattutto per l’opposizione d’Agrigento e di Centuripe al passaggio delle truppe selinuntine dirette ad oriente.
La tragica sconfitta del corpo di spedizione ateniese del 413 a. C. spinge Segesta, ormai lasciata alla mercé di Selinunte, a richiedere l’intervento di Cartagine (410 a. C.), anche in considerazione del probabile mutamento di governo di Selinunte in senso democratico e filo-siracusano: nel 409 a. C. un piccolo esercito di 5.000 mercenari libici e 800 campani, guidati da Annibale (figlio di quel Giscone che era stato ospitato a Selinunte dopo la battaglia d’Himera) ha ragione della disperata resistenza dei Selinuntini, durata nove giorni e conclusasi con un bagno di sangue degli assediati e con la distruzione della città e delle mura di cinta (Diodoro Siculo, XIII 43 ss.). L’eroe della resistenza siracusana Ermocrate, ritornato dall’esilio, chiamò allora all’appello le popolazioni siceliote contro la minaccia cartaginese che, dopo Selinunte, aveva avuto ragione anche d’Himera (408 a. C.), stabilì proprio nelle rovine della città selinuntina il proprio quartier generale e, con audaci colpi di mano, minacciò i territori cartaginesi e le medesime città puniche di Mozia e Panormo (Palermo). Il tentativo d’Ermocrate, ucciso nel tentativo di riconquistare Siracusa, fu purtroppo effimero, e nella feroce lotta fra Cartaginesi e Siracusani, donde emergerà il potere del nuovo tiranno di Siracusa, Dionigi, Selinunte resterà definitivamente in mani puniche. Il possesso di Selinunte da parte di Cartagine sarà confermato nei trattati greco-cartaginesi del 405, del 383 e del 306 a. C.

Selinunte punica
L’abitato si restringe alla sola area dell’acropoli, lasciando deserte la collina di Manuzza e la collina orientale, mentre sembra continuare la frequentazione del popolare santuario della Malophòros, peraltro in pieno accordo con l’ampio favore accordato a Cartagine e nelle zone di dominio pubblico, sin dal 396 a. C., al grande culto agrario di Demetra e Kore. La vita dell’abitato punico è documentata archeologicamente da case di media grandezza, nei cui pavimenti di cocciopesto è inserito a mosaico il segno di Tanit, e da un piccolo luogo di culto nell’area dell’antico témenos dell’acropoli, con tipico apprestamento sacro di tipo punico. Enigmatica resta la destinazione del tempio B, un piccolo edificio d’impianto ellenico, ma la cui cronologia ricade ampiamente nell’ambito della dominazione punica (IV secolo a. C.). L’ipotesi che si tratti dell’heroon (tempio sede di un culto eroico) di Empedocle, bonificatore delle paludi selinuntine, non può quindi essere sostenuta, e occorre pensare piuttosto a un culto punico fortemente ellenizzato, come quelli di Demetra o d’Asclepio-Eshmun.
L’abitato ebbe per l’eparchia cartaginese di Sicilia notevole importanza, come dimostra il sistema di fortificazioni dell’acropoli, tradizionalmente attribuito ad Ermocrate (cfr. Diodoro, XIII 63, 3), ma che s’inquadra bene nell’esperienza della poliorcetica (la tecnica delle fortificazioni urbane) della prima metà del IV secolo a. C. Dopo una breve parentesi (276 a. C.) d’occupazione da parte di Pirro, durante la prima guerra punica (250 a. C.) la popolazione venne evacuata a Lilibeo e la città rimase definitivamente in abbandono, con rare e modeste occupazioni antiche (Strabone, VI 2, 6; Plinio il Vecchio, “Nat. Hist.” III 90), medievali e moderne, annidate perlopiù tra le rovine dei grandi templi, costituendo – malgrado discutibili operazioni d’anastilosi (cioè di reinnalzamento di templi) del nostro secolo – uno dei paesaggi di rovine più suggestivi del mondo.

Il parco archeologico di Selinunte
I ruderi della città si trovano sul territorio del comune di Castelvetrano, nella parte meridionale della provincia di Trapani. Tutto il terreno interessato forma oggi un parco archeologico della dimensione di ca. 40 ettari.
Le sculture trovate neglii scavi di Selinunte si trovano soprattutto nel Museo Nazionale Archeologico di Palermo. Fa eccezione l'opera più famosa, l'Efebo di Selinunte, che è oggi esposto al Museo Comunale di Castelvetrano.
I resti di Selinunte sono divisibili in tre aree principali, l'Acropoli, la collina orientale, e il santuario della Malophoros.

Fonte: Wikipedia.org